“Devi comunicare meglio.” Quante volte lo hai sentito, o lo hai pensato di qualcuno? Il problema è che ognuno intende qualcosa di diverso. Per qualcuno significa essere gentili. Per altri, diretti. Per altri ancora, dettagliati o sintetici. Per qualcuno, assertivi.
“Comunicare bene” è una generalizzazione che non dice quasi niente.
Cominciamo da una definizione più utile. Gennaro Romagnoli insegna che chi non sa ascoltare non sa comunicare, e che l’efficacia della comunicazione si misura nei risultati che produce. Non nelle intenzioni, non nello stile, nei risultati. Questo cambia tutto.
Perché se il criterio è il risultato, allora la domanda diventa: cosa determina davvero l’efficacia di una conversazione?
La verniciata e il motore
Immagina di portare l’auto in carrozzeria. Esce lucida, perfetta. Ma il motore è ancora guasto.
Succede lo stesso con la comunicazione. Possiamo lavorare sulla forma — le parole giuste, il tono calibrato, la struttura del messaggio — e ottenere una comunicazione che sembra funzionare. Finché il contesto è neutro, il gioco è facile.
Poi arriva la conversazione difficile. Il collega che ti attacca in riunione. Il cliente che non riconosce il tuo lavoro. Il collaboratore che per l’ennesima volta non consegna. E lì, tutta quella verniciata non regge.
Perché il problema non era la tecnica. Era il motore.
Cosa intendo per motore
Il livello strutturale della comunicazione è fatto di tre cose che nessun corso di comunicazione insegna davvero: la qualità della tua presenza nella conversazione, la capacità di adattarti al contesto e all’interlocutore, e soprattutto la capacità di entrare nello stato interno giusto prima ancora di aprire bocca.
La ricerca suggerisce che comunicare bene non dipende solo da cosa diciamo, ma anche da come siamo mentre lo diciamo.
Quest’ultimo punto è quello che fa la differenza. Tenere il proprio centro quando ci si sente attaccati, fraintesi, ignorati — questo non si impara con un elenco di frasi assertive. Si allena. Si lavora. E richiede un livello diverso di consapevolezza: non “cosa dico?” ma “da dove sto parlando?”
Quindi, da dove si inizia?
Dal riconoscere che ci sono due livelli di lavoro, non uno. Il livello funzionale — le tecniche, gli strumenti, la struttura — ha senso, ed è necessario. Ma da solo non basta. Senza il livello strutturale, senza la capacità di restare presenti a noi stessi nel momento che conta, le tecniche restano parole su un foglio.
La buona notizia è che il secondo livello si può allenare. E quando lo si fa, il primo smette di essere uno sforzo, diventa naturale.
Se mentre leggevi hai riconosciuto qualcosa di tuo, sai già che il problema non è imparare nuove tecniche.
Il lavoro è un altro. E ci sono modi diversi per affrontarlo, a seconda di dove sei e di cosa cerchi.
Se preferisci lavorare in modo individuale e andare in profondità, puoi scoprire il percorso Prendi Parola.
Se cerchi un contesto di gruppo, dai un’occhiata ai Laboratori o al corso online Senti chi parla — quattro incontri per imparare a gestire persone e situazioni difficili al lavoro.
