Il giorno in cui non dissi nulla e quello che ho capito sul perché a volte restiamo in silenzio.
Qualche giorno fa mi si è sbloccato un ricordo.
Risale a un po’ di anni fa. Dovevo organizzare un evento promozionale.
Un dirigente, ideatore dell’iniziativa, mi invitò a pranzo per parlarne, insieme alla moglie, coinvolta nel progetto.
Ci sediamo in un ristorante di quelli eleganti, dove l’atmosfera ti ricorda continuamente che qualcuno è più importante di qualcun altro e dove le portate sono minimal. Era primavera e ricordo ancora cosa presi: uova e asparagi.
Iniziamo a parlare dell’evento e poi succede una cosa “curiosa”.
A un certo punto loro due iniziano a parlare in inglese ignorandomi completamente.
Non qualche parola qua e là, ma dialoghi interi in un inglese veloce e serrato.
Io capivo qualcosa, ma non abbastanza per seguire davvero il discorso.
Non aveva senso quello che stava accadendo. Loro sapevano che non potevo seguire la conversazione e io, seppur a disagio, non dissi nulla. Rimasi in silenzio.
Eppure avrei potuto dire qualcosa di molto semplice, tipo: “Scusate, visto che siamo qui per lavorare su questo progetto, possiamo parlarne in modo che anch’io possa seguire?”
Sarebbe stato chiaro, educato, perfettamente legittimo. Ma sono quelle frasi che vengono sempre in mente il giorno dopo….
Non dissi nulla perché nella mia testa stava succedendo qualcos’altro.
Pensavo:
Chi sono io per protestare?
Lui è il dirigente.
Sono persone importanti, avranno qualcosa di privato da dirsi.
E così rimasi lì, impalata e a disagio.
Quel ricordo mi è rimasto addosso al punto che a distanza di vent’anni ricordo cosa mangiai.
Il problema non era l’inglese
Ripensandoci oggi capisco una cosa.
Non rimasi in silenzio perché non sapessi cosa dire.
Rimasi in silenzio perché non mi sentivo autorizzata a dire la mia.
La psicologia sociale studia questo fenomeno da molto tempo.
In molte ricerche sui contesti organizzativi emerge che quando percepiamo qualcuno come più autorevole o più potente tendiamo spontaneamente a ridurre il nostro spazio di parola.
Anche quando avremmo pieno diritto di intervenire.
Non è mancanza di competenza. È un meccanismo umano molto comune.
Tre passaggi che cambiano queste situazioni
Col tempo ho capito che situazioni come quella non sono rare. Succedono continuamente nei contesti di lavoro. E spesso dipendono da tre cose molto semplici.
1. Proteggiamo la nostra immagine
Restiamo in silenzio per non fare brutta figura.
Non vogliamo sembrare impreparati.
Non vogliamo mostrare un limite.
Non vogliamo sentirci giudicati.
Così proteggiamo la nostra immagine.
Ma mentre difendiamo l’immagine perdiamo qualcosa di più importante: la nostra presenza nella situazione e il rispetto per noi stessi.
2. Deleghiamo all’altro la misura del nostro valore
Un altro meccanismo è questo.
Attribuiamo all’altro più autorità di quella che ha.
Dirigenti, clienti, persone percepite come più importanti.
E automaticamente riduciamo il nostro spazio.
Ma nel lavoro il valore non dipende dallo status sociale.
Io ero lì per organizzare quell’evento e questo mi dava piena legittimità di parola.
3. Evitiamo il piccolo disagio del momento
Parlare crea sempre un piccolo rischio.
Potrei sembrare scomoda.
Potrei interrompere.
Potrei mettere qualcuno in difficoltà.
Il silenzio sembra più comodo.
Ma in realtà è solo un disagio rimandato.
Perché dentro resta la sensazione di non aver detto qualcosa che avrebbe avuto senso dire e soprattutto di non aver reso onore a noi stessi.
La voce è uno spazio
Nella vita professionale i momenti in cui possiamo far sentire la nostra voce sono molti.
Molto più di quanto immaginiamo.
Il punto è riconoscerli e ricordarsi che prendere parola non è arroganza.
Spesso è semplicemente un modo per riportare una situazione su un piano di lavoro più sano e più chiaro.
Immagine: Alexander Krivitskiy su Pexels









