Il paradosso della correttezza: quando i tuoi valori ti limitano

Adoro lavorare sui valori personali e professionali.

È uno dei passaggi fondamentali del mio programma di coaching Prendi il tuo posto e spesso anche uno dei più interessanti.

Perché quando una persona comincia a riconoscere ciò che per lei conta davvero, cambia di conseguenza il modo in cui guarda a sé stessa, alle proprie scelte e perfino alla propria storia.

A volte sono veri e propri cambiamenti di prospettiva.

È un lavoro che permette di costruire la propria bussola personale. Qualcosa a cui fare riferimento quando bisogna prendere una decisione, scegliere una direzione, capire cosa è davvero importante.

Ma la bussola deve aiutarti a orientarti, non impedirti di muoverti.

Eppure, proprio lavorando sui valori, ho notato una cosa che mi ha fatto riflettere.

Molte delle persone che accompagno hanno tra i loro valori fondamentali la correttezza, l’onestà, l’integrità, la lealtà.

Valori che condivido pienamente.

Ma in alcuni casi accade qualcosa di paradossale.

Nel tentativo di restare fedeli ai propri valori, finiscono per danneggiare sé stesse.

E non parlo di grandi dilemmi morali. Parlo di situazioni molto concrete, che possono capitare in una normale giornata di lavoro.

Quando essere corretti sul lavoro significa rinunciare a qualcosa

Il tuo responsabile ti attribuisce una responsabilità che non è tua. Vorresti chiarire come sono andate le cose, ma temi che difenderti possa sembrare un modo per scaricare la colpa su qualcun altro. Così lasci correre.

Ti propongono un’opportunità professionale che desideri da tempo. Ma sai che interessa molto anche a una tua amica. E allora pensi che candidarti sarebbe scorretto nei suoi confronti. Rinunci prima ancora di provarci.

È venerdì sera. Ti chiedono di fermarti ancora una volta oltre l’orario di lavoro. Avresti altri programmi e non c’è una vera emergenza. Ma dire di no ti farebbe sentire irriconoscente. E rimani.

In tutti e tre i casi, la persona non sta cercando di evitare una responsabilità.

Al contrario. Sta cercando di comportarsi bene.

Ed è proprio questo il punto.

Il problema non sono i valori, ma le regole che costruiamo attorno a essi

I valori sono importanti perché ci aiutano a orientarci. Ci permettono di distinguere ciò che conta per noi da ciò che non conta, di prendere decisioni coerenti con i nostri principi.

Ma qualche volta succede qualcosa.

Partiamo da un valore che consideriamo fondamentale e, quasi senza accorgercene, costruiamo una regola su come dovremmo comportarci per rispettarlo.

«Se sono una persona corretta, non posso mettere in difficoltà un collega.»

«Se sono una persona leale, non posso desiderare qualcosa che desidera anche un’amica.»

«Se sono una persona riconoscente, non posso rifiutare una richiesta del mio responsabile.»

Sono interpretazioni personali di quei valori.

Eppure, con il tempo, possiamo arrivare a considerarle verità indiscutibili.

Non ci chiediamo più se quella regola sia sensata in una determinata situazione. Ci limitiamo a rispettarla.

Anche quando il prezzo da pagare è molto alto.

A volte il problema non è il valore in cui crediamo, ma la regola che abbiamo costruito attorno a quel valore.

Una regola che abbiamo smesso di mettere in discussione, al punto da considerare scorretto qualsiasi comportamento che se ne discosti, anche quando sarebbe perfettamente legittimo.

Quando la correttezza diventa una questione di identità

Ma c’è un passaggio ulteriore, che trovo particolarmente interessante.

A un certo punto quella regola può diventare parte dell’immagine che abbiamo di noi stessi.

Non pensiamo più soltanto:

«Per me è importante comportarmi correttamente».

Cominciamo a pensare:

«Io sono una persona corretta. E una persona corretta certe cose non le fa».

È una differenza sottile, ma importante.

Perché a quel punto non stiamo più valutando soltanto se una scelta sia giusta o sbagliata.

Stiamo mettendo in discussione chi siamo.

Dire di no, difenderci, cogliere un’opportunità che desideriamo, possono diventare comportamenti difficili da prendere in considerazione, non perché li reputiamo scorretti, ma perché non corrispondono all’idea che abbiamo costruito di noi stessi.

Ed ecco che arriva il dubbio.

«Sto diventando egoista?»

«Non sarò troppo duro?»

«Forse sto esagerando.»

«Non è da me.»

Il problema non è più soltanto: “È giusto fare questa cosa?”. Diventa: “Se faccio questa cosa, che persona sono?”.

E quando una decisione mette in discussione l’immagine che abbiamo di noi stessi, anche una scelta apparentemente semplice può diventare molto complicata.

Essere corretti non significa mettere sempre gli altri al primo posto

Voglio essere chiara. Non sto suggerendo di diventare opportunisti, egoisti o meno onesti.

Non penso affatto che, per farsi strada professionalmente, sia necessario mettere da parte i propri principi.

Penso, semmai, che dovremmo interrogarci sul modo in cui li interpretiamo.

Perché difendersi da un’accusa ingiusta non significa necessariamente accusare qualcun altro.

Candidarsi per un lavoro non significa sottrarre qualcosa a un’altra persona.

E rifiutare uno straordinario non significa essere ingrati.

Significa riconoscere che anche le nostre esigenze, le nostre aspirazioni e i nostri diritti hanno un posto.

La correttezza non dovrebbe essere una strada a senso unico.

Eppure, per alcune persone, lo diventa.

Sono molto attente a ciò che devono agli altri e molto meno a ciò che devono a sé stesse.

E quando provano a comportarsi diversamente, possono sentirsi a disagio.

Non necessariamente perché stanno facendo qualcosa di sbagliato, ma perché stanno facendo qualcosa che non sono abituate a concedersi.

Così tornano sui propri passi, anche quando avevano tutte le ragioni per andare avanti.

Come restare fedeli ai propri valori senza rinunciare a sé stessi

E allora mi chiedo: stiamo davvero rispettando un valore o stiamo obbedendo a un’idea rigida di come dovremmo essere?

È una domanda che considero importante, perché mette in discussione qualcosa che spesso diamo per scontato.

Che essere una brava persona significhi comportarsi sempre in un certo modo.

Ma chi lo ha stabilito?

E soprattutto, perché il rispetto che riserviamo agli altri dovrebbe escludere quello per noi stessi?

Non ho una risposta valida per tutti.

So però che, quando accompagno una persona a esaminare queste convinzioni, il lavoro non consiste nel convincerla a rinunciare ai suoi valori.

Consiste nell’aiutarla a distinguere ciò che per lei è davvero importante dalle regole che ha costruito nel tempo per dimostrare a sé stessa, e qualche volta anche agli altri, di essere una certa persona.

E a chiedersi se quelle regole le permettano ancora di scegliere liberamente.

Perché essere fedeli a sé stessi non dovrebbe significare restare immobili dentro un’immagine di sé.

Possiamo cambiare il nostro modo di comportarci senza rinunciare a ciò in cui crediamo.

Possiamo imparare a dire di no senza smettere di essere disponibili.

Possiamo difendere il nostro lavoro senza rinunciare alla correttezza.

Possiamo perseguire le nostre aspirazioni senza diventare sleali.

La bussola deve aiutarti a orientarti, non impedirti di muoverti.

E forse, qualche volta, prendere il proprio posto significa proprio questo: imparare a essere corretti anche con sé stessi.


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Ph: Ali Kazal via Pexels

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